Per il mio lavoro mi è stato fornito un massiccio blocco di trachite sarda, una pietra che mi ha subito parlato attraverso la sua texture, il colore e la storia geologica. Nel corso dei giorni di lavoro ho realizzato la scultura BORA, chiamata così in onore del vento forte, una forza naturale che caratterizza profondamente le regioni adriatiche e mediterranee.

La scultura è alta 2,90 metri. Rappresenta una figura femminile in piedi il cui corpo si allunga verso l’alto con un sottile movimento a spirale. Particolarmente notevole è la capigliatura intrecciata con cura, una lunga treccia che scende fino ai fianchi, seguendo ritmicamente il contorno del corpo. In cima, la treccia si fonde in un’apertura geometrica: un quadrato traforato posto verticalmente.
Questo elemento può essere interpretato come un’apertura simbolica verso il cielo, ma anche come una finestra per il vento Bora stesso, un punto d’ingresso per la forza invisibile che attraversa la figura. La superficie della scultura è stata lasciata volutamente grezza in alcune parti, soprattutto verso la base, mentre il volto è finemente scolpito. Ha un’espressione calma e introspettiva, priva di pathos, ma che irradia presenza interiore.


BORA non è una rappresentazione figurativa classica in senso accademico. Il corpo si dissolve parzialmente nel movimento, mentre il volto radica la figura in un mondo più tangibile. Il motivo della sirena, non come seduttrice ma come creatura del vento, mi ha accompagnato durante tutto il processo di scultura. Ero guidato dall’idea di un’antica creatura marina che canta col vento e prende lentamente forma nella pietra.
Lo scalpellino con cui ho lavorato era un uomo silenzioso ed esperto, che utilizzava strumenti tradizionali e conosceva profondamente la trachite sarda. Mi ha mostrato come “ascoltare” la pietra con martello e punta, e quanto sia importante leggere i motivi naturali di pori e inclusioni prima di decidere dove colpire. Questo tipo di dialogo artigianale (oltre il linguaggio parlato) mi ha accompagnato per tutto il lavoro e ha avuto un’influenza duratura sul mio approccio alla pietra.

Uno dei momenti più significativi del mio soggiorno a Fordongianus è stato lo scambio con un artigiano locale, il cui laboratorio si trovava non lontano dall’area del simposio. La Sardegna ha una tradizione millenaria nella lavorazione della pietra, risalente all’epoca dei Nuraghi. La trachite, di origine vulcanica, è stata utilizzata sin dall’antichità in architettura, tombe e scultura. I Romani la impiegavano nelle terme e negli acquedotti, e ancora oggi numerosi edifici storici sull’isola sono realizzati con questo materiale.
Al di fuori del lavoro, il mio soggiorno in Sardegna è stato altrettanto arricchente. Le persone che ho incontrato erano aperte, curiose e orgogliose della loro cultura. Attraverso le conversazioni ho imparato molto sulle tradizioni locali e sulla vita quotidiana, che si muove tra agricoltura, pesca (attenti alla sirena) e mestieri tradizionali. Non era la prospettiva del turista, ma una vera immersione in un luogo che porta la propria storia con dignità, senza esserne appesantito. Un popolo fiero! Ho anche trascorso momenti meravigliosi con i miei colleghi scultori, godendo insieme delle specialità sarde. Una persona che mi è rimasta particolarmente impressa è Claudio, il carabiniere diventato scultore, che si presentava sempre con un alias. Forse era un po’ riservato riguardo al suo passato, ma onestamente eravamo tutti anime gentili.

Rifletto spesso sul simposio in Sardegna. E spero di avere presto l’opportunità di tornarci.
Fordongianus (Sardegna) 2008

