ULTIMOSCH – Apocalyptic in Stone

Nel 2007 ho partecipato al Secondo Simposio Internazionale di Scultura su Pietra “Clach”, un’esperienza indimenticabile svoltasi nel parco dell’unico e straordinario Kelburn Castle, sulla costa occidentale della Scozia.

È lì che ho realizzato la mia scultura ULTIMOSCH, ispirata all’omonimo romanzo di Günter Grass, un requiem letterario sulla civiltà, l’identità e la condizione umana.
Kelburn Castle è un luogo fuori dal tempo. Costruito originariamente nel XIII secolo, è una delle residenze abitate più antiche della Scozia.

Ma non è solo un sito storico: è anche una dichiarazione artistica coraggiosa. Proprio nel 2007, l’anno del simposio, l’esterno del castello venne trasformato da un gruppo di artisti di graffiti brasiliani, che ne ricoprirono la facciata con grandi murales colorati. Concedere un simile intervento fu un atto di grande apertura, e rese il castello famoso in tutto il mondo come simbolo di trasformazione culturale.

Quell’energia vibrante si percepiva ovunque: tra la vecchia biblioteca, le scale scricchiolanti, il parco rigoglioso e le torri dipinte, abbiamo vissuto un’esperienza straordinaria. Come artisti avevamo piena libertà: esplorare, vivere, lavorare, mangiare, giocare — semplicemente esistere dentro e insieme al castello.

Erano giorni leggeri, pieni di condivisione. Ricordo con affetto le partite a ping pong nella “lounge”, che avevamo allestito noi stessi con grande orgoglio. Le cacce ai fantasmi a mezzanotte nei corridoi del castello, le passeggiate tra i pascoli dei cavalli, le lunghe conversazioni durante le feste, illuminate solo da candele. Ricordo anche le nostre uscite a Glasgow, la natura scozzese meravigliosamente fredda, i Mars fritti, il pesce in scatola dall’odore pungente, le ale e le pinte nei piccoli pub locali — era tutto semplicemente incredibile.

La mia scultura ULTIMOSCH nasce da questo insieme: letteratura, ambiente, inquietudine esistenziale, ma anche una sorta di quieto conforto. L’opera rappresenta una creatura ibrida, a metà tra umano, animale e idea. Forme spiraliformi attraversano la figura, suggerendo un movimento evolutivo — forse mutazione, forse regressione. In una versione emerge un volto dalla pietra, incorniciato da strutture simili a tentacoli, che richiamano Medusa ma anche una sensazione di prigionia interiore, o la crescita inarrestabile dell’estraneo dentro il familiare. Sul retro, un piccolo ratto, con “Ultimosch Ultimosch” sulle labbra, sporge curioso da una cornucopia: un contenitore ormai vuoto della nostra umanità consumata.

Per me quest’opera è stata molto più di un esercizio artistico. È stata l’espressione di un momento preciso, l’inizio di un lento percorso per ritrovare fiducia nell’umanità.

Sono profondamente grato a Tom Allen, organizzatore del simposio. La sua fiducia, generosità e convinzione nel potere dell’arte hanno reso possibile tutto questo. E sono grato anche per le amicizie nate lì e ancora vive oggi: Duncan Robertson, lo scultore scozzese dagli occhi attenti e dal cuore caldo; Laurent, il francese silenzioso e preciso, con un grande senso della forma e dell’equilibrio; e Nils Hansen, compagno tedesco di alcuni anni fondamentali a Carrara — e soprattutto… Bogdan!

Oggi ULTIMOSCH non è solo una scultura, ma un contenitore personale di memoria. Il ricordo di un castello che ha saputo aprirsi al cambiamento. Il ricordo di un tempo in cui arte, libertà e amicizia venivano celebrate con gioia, senza il filtro onnipresente dei social media. Un bellissimo periodo felice!

Kelburn Castle (Scozia) 2007

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