The Little Wanker

Ho manifestato questo piccolo individuo da molti incubi. Alto dieci centimetri, scolpito in marmo e resina, a prima vista quasi insignificante.

Un pezzo che potresti infilare in tasca se volessi. Eppure è proprio nella sua piccolezza che risiede tutta la sua forza. L’ho chiamato “The Little Wanker”, un titolo pensato per provocare, suppongo, hehe. Eppure per me è totalmente onesto.

Il piccolo Pinokel-man siede lì nella sua posa goffa, aperto, fragile, quasi stupidamente infantile. Ma non è una creatura innocente. Spruzza la sua merda su tutto il mondo. Ma questa volta ha preso il suo stesso sperma direttamente in faccia.

Il materiale bianco sulla scultura non è semplice resina, è la traccia di un atto che tutti conoscono ma che nessuno vuole vedere. È l’immagine di una scarica su se stessi, di un’autopunizione. L’automatismo maschile che si ripete all’infinito, perché l’uomo non riesce a trattenersi. È il momento in cui il desiderio crolla nella vergogna, nella paura, nel disgusto di sé.

L’ho voluto intenzionalmente così: la scultura porta visibilmente sulla superficie la propria colpa. Niente nascondere, niente coprire, niente scuse. Il piccolo wanker è il piccolo uomo colto sul fatto, soffocando sui propri resti. O inghiottendoli.

Naturalmente, è un commento sulla mascolinità. Sulla posa ridicola, sul gesto grandioso, sull’importanza gonfiata che crolla sempre su se stessa quando nessuno guarda.

Il grande patriarcato della merda.

Per me questo piccolo individuo è una miniatura del fallimento maschile che si ripete all’infinito: voler essere grande, voler essere forte, voler essere invincibile e alla fine restare solo, preoccupato di sé stesso, con il risultato che gli resta attaccato alla faccia. Sempre colpa di qualcun altro.

Ma non riguarda solo “l’uomo” in generale. Riguarda anche me, Dominik, il mio rapporto con l’arte e con il mondo. Conosco questo piccolo wanker dentro di me: l’ego che non può mai essere soddisfatto; l’invidia che provo quando vedo altri con più fama, più successo, più splendore; il disprezzo verso me stesso quando metto in discussione il mio lavoro; il desiderio di creare, sempre accompagnato dalla paura che sia inutile.

Una perdita di tempo.

Nel mondo dell’arte l’invidia è un mostro permanente. Tutti guardano tutti, tutti vogliono essere visti, tutti si confrontano, o confrontano il loro cazzo. Il piccolo wanker è la mia valvola di sfogo. È il mio insulto aperto, la mia auto-caricatura, il mio specchio. Mostra ciò che solitamente non mostro a nessuno: che a volte produci tutto da solo e allo stesso tempo ti distruggi con esso. Meglio stare zitti e basta.

La mia piccola, minuta figura che appare monumentale e patetica allo stesso tempo. Una contraddizione in sé, proprio come l’uomo è una contraddizione.

The Little Wanker non è una scultura che cerca ammirazione. Non vuole essere bella, decorativa o gradevole. È sgradevole, ubriaca, oscena. Costringe l’osservatore a chinarsi, ad avvicinarsi, quasi in intimità, e poi a vedere esattamente ciò che si preferirebbe sopprimere. Cumshot estremo.

Per me quest’opera è anche un pezzo di liberazione. Prendo la parola solitamente usata come insulto e la trasformo in oggetto. Trasformo la maledizione in figura, l’insulto in scultura. Do a tutti i Little Wankers un luogo, un piedistallo, una visibilità. E dico: sì, esiste. In me, in te, in tutti.

Il wanker, il mio manifesto della mia vulnerabilità. Una miniatura del mio ego, della mia invidia, della mia vergogna, del mio desiderio, del mio fallimento. E forse è per questo che è più onesto di quasi tutte le altre mie opere: piccolo, patetico, ridicolo eppure pieno di verità.

Carrara 2011

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