TabulaRasa!

Ho costruito TabulaRasa nel 2012 nella mia casa adottiva di Castelpoggio, un minuscolo paese sopra Carrara, dove nell’aria si mescolano polvere di marmo, ruggine e voci selvagge.

Lì ho allestito una piccola retrospettiva, metà seria e metà assurda: una performance di auto-sabotaggio ironica in cui mettevo pubblicamente sotto processo la mia stessa carriera artistica. A mio avviso, Stefano era, naturalmente, un complice fondamentale di tutto questo.
Il punto di partenza era, ed è ancora (nel 2025), il mio lavoro secondario alla TabulaRasa srl, un piccolo e intelligente negozio di utensili a Carrara e Roma, gestito dallo stesso Stefano Dazzi: amico, sostenitore, complice e una delle poche persone che non mi ha mai definito completamente pazzo.

All’epoca scherzavo spesso sul fatto che quel lavoro avrebbe distrutto la mia carriera artistica. Così trasformai lo scherzo in un’installazione:

“TabulaRasa rovina la mia carriera artistica.”

La scena si svolgeva in una discarica a Castelpoggio, tra mobili vecchi, macchine rotte, frammenti di un mondo che continua a buttarsi via.
In mezzo a tutto ciò: io, in mutande, con un cartello in mano, e la mia scultura. Un piccolo Cesare dorato, a testa in giù, che bilancia la propria testa sul piede.

Una creatura grottesca, metà eroe, metà clown, uno dei miei Pinokels successivi. Sta in piedi (o cade) su una colonna di marmo alta, una sorta di perversa colonna trionfale romana. A testa in giù.
TabulaRasa era il mio commento ironico sul rapporto tra arte, lavoro e sopravvivenza.
Volevo mostrare che anche nel mezzo della spazzatura, tra scaffali di utensili e routine quotidiane, si può ancora creare qualcosa che duri, forse proprio perché circondati da tutto quel caos.

Stefano lo capì subito.
Mi diede gli attrezzi, lo spazio, i materiali e a volte pagava persino la corrente. Rise del titolo, eppure lo prese sul serio.
Senza di lui, quest’opera non esisterebbe.

Oggi vedo TabulaRasa come un punto di svolta, una di quelle strane stazioni in cui realizzi che fallire e continuare sono sostanzialmente la stessa cosa.
Un lavoro sull’ironia, sull’amicizia e sull’affermazione di sé.
E la prova che anche una carriera rovinata può sembrare piuttosto viva, se la scolpisci nel marmo naturalmente. E se continui a crescere, a divertirti e, soprattutto, a non prenderti mai troppo sul serio.

Negli anni, TabulaRasa è diventata più di una semplice scultura. È diventata una sorta di bussola, una linea guida che mi ha seguito lungo tutto il percorso artistico.
Quella frase, “TabulaRasa rovina la mia carriera artistica”, è diventata in qualche modo una profezia autoavverantesi. Ma non in senso tragico, più come una battuta che alla fine si realizza.

Ad un certo punto smetti di voler essere la grande stella cadente, il genio a cui tutti si inchinano. Vuoi solo essere in sintonia con te stesso, fare l’opera che devi fare.
Forse far impazzire qualcuno ogni tanto con la tua arte.
Avere abbastanza da mangiare. E se non piove dal tetto, la vita è già buona.

Una ragazza e il tuo cane al tuo fianco e una vecchia Mercedes parcheggiata davanti, questo è il finale dorato.
Non mi serve altro.
Perché la serietà non batterà mai l’ironia.

Carrara 2012

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