CICATRICI NELL’ACQUA – Sacrum Sordidum

Performance/Accademia di Belle Arti di Carrara / Bosco del Monte di Ripa

Questa performance è emersa come un atto collettivo e selvaggio, avvenuto una sola volta.

Un’azione condivisa dagli studenti dell’Accademia di Carrara, immersa nel paesaggio dei Monti Versiliesi, nel Bosco del Monte di Ripa, un luogo in cui la terra parla ancora attraverso il suono e l’umidità, dove l’assenza di permanenza risplende. Natura, indomita.

Il corpo umano nudo non era pensato come provocazione, ma come elemento naturale.

Esposto, vulnerabile, transitorio. Femminile e maschile allo stesso modo. Accanto alla terra, alla pietra e all’acqua, il corpo perde ogni gerarchia e diventa materia tra le materie, fragile quanto il suolo su cui si regge. La passerella più antica dell’umanità. E la migliore tra tante.

Il nostro lavoro si è sviluppato fortemente attraverso il suono e l’acustica. Ritmo,

Bam.

Bam.

Bam.

I suoni del bosco, lo scricchiolio del terreno, il respiro, i passi, il silenzio dentro il nostro vociare. Il paesaggio (il bellissimo bosco) non era uno sfondo, ma parte attiva della performance, o meglio, un omaggio.

Ogni suono diventava una cicatrice temporanea e un colore nello spazio e nei nostri cuori.

La nudità era necessaria per dissolvere la distanza. Senza protezioni, senza segni di status sociale, il corpo umano entrava direttamente in relazione con la durata della natura e con la propria finitudine. Fango nel fango, terra in cenere.

Il momento del lavaggio dei piedi segnava un passaggio. Un gesto semplice, arcaico, profondamente radicato nella memoria collettiva. Non come atto religioso in senso dogmatico, ma come gesto sacro: un grazie per niente. Un riconoscimento della dipendenza dell’essere umano dalla terra, da Gaia nostra madre primordiale, dalla materia che ci precede, ci sopravvive e ci osserva.

Permettere agli altri di lavarmi i piedi significava rinunciare al controllo, accettare la cura e accogliere la vulnerabilità. Una tempesta di tenerezza. Il corpo non veniva inteso come possesso, ma come luogo di passaggio.

Cicatrici nell’Acqua non cercava una forma finale. Come l’acqua, ogni azione era destinata a scomparire. Ciò che restava erano tracce: nella memoria, nel suono, nei corpi di chi ha partecipato. La performance coinvolgeva tre o quattro persone, non come individui, ma come corpi in relazione.

Un equilibrio temporaneo tra umano e natura, tra sacro e terreno, tra ciò che resta e ciò che inevitabilmente si dissolve.

Monti Versiliesi 2017

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