
“A.I. of Our Broken Dreams” è la nostra riflessione sul risveglio e sullo smarrimento, in un mondo che continua a riprogrammarsi, male. Come specie, e come individui, ci troviamo sul bordo di un lago di dati, incapaci di leggere la nostra stessa sintassi. Come sempre, solo più velocemente ora, e con conseguenze peggiori.
La scultura, un ibrido tra iconografia angelica classica e mito popolare — Spock di Star Trek come un cherubino caduto — si pone come un monito, incarnando quell’istante sospeso tra la speranza e il prossimo messaggio di errore.
Non guarda più verso il cielo, ma verso l’interno, con occhi vuoti rivolti a quegli abissi algoritmici, antichi egizi nel loro mistero, dove un tempo ardeva il nostro desiderio di progresso. Le vene di fibra di vetro sono i nuovi percorsi neurali della fede, artificiali, ma abbastanza vivi da ingannarci.
E da consumarci.

Come un fossile digitale, fluttua sul muro di mattoni del Café Gramsci: un promemoria del nostro tentativo futile di fondere spirito e tecnologia senza perdere noi stessi.
Un rituale di fusione cerebrale con l’intelligenza artificiale.
Forse è il nostro ultimo guardiano, oppure soltanto la proiezione di un sistema che da tempo è andato avanti senza di noi. Per migliaia di anni a venire.
Spock non potrà più aiutarci.
L’ultimo accende le luci.
Il F.A.C. torna a usare le candele.



[Con sentiti ringraziamenti a Maura Crudeli, per la sua umanità e la sua apertura mentale, in una scena che troppo spesso dimentica entrambe.]
Carrara 2023

