Risks of Civilisation – Human Rights – The Planet Earth and New Possibilities

Nel 2010 ho realizzato quest’opera. Pronta per la fuga!

Volevo portare l’USS Enterprise 1701 A nel mio lavoro, quell’ultimo simbolo di futuro, scoperta, fantascienza e ingenua sovrastima di sé, e trasmetterlo direttamente nella mia arte. Ma non elegante e eroica. Invece l’ho assemblata con frammenti di marmo dipinto, pezzi di giocattoli, plastica brillante e oggetti trovati. Incollati insieme come un collage che racconta sia la mia infanzia sia i miei abissi.

La mia Enterprise decolla, lontano da una Terra esausta e bruciata, quella vecchia e malvagia palla nera. Sulla sua superficie si accovacciano piccole sagome, ingranaggi, scarti industriali, echi di Weyland-Yutani e umani vuoti. È una sorta di pianeta-rifiuto, simbolo di tutto ciò che abbiamo divorato. Appesa al lato c’è una piccola luna grigia, quasi triste, quasi irrilevante. Completamente morta. Nessun tempo rimasto.

E sul ponte: una piccola figura di bambino felice, che danza. Questo era cruciale per me. Perché rappresenta la gioia della scoperta, il desiderio di vedere qualcosa di nuovo, senza cinismo, senza guerra, senza business plan. Un bambino che semplicemente danza mentre la nave sta già partendo. Per me è quella strana mescolanza di speranza e amara ironia: 

Voliamo via perché abbiamo rovinato la Terra, eppure qualcuno sta ancora danzando. Innocente come la rugiada del mattino.

Sulla base di marmo di Carrara ho inciso una serie di simboli: cuore, segni di genere, bersaglio, stella. Per me sono una sorta di grammatica visiva, un piccolo testo, come il disco d’oro della Voyager, solo che il mio potrebbe intitolarsi: Why We Fled the Earth. Una spiegazione semplice, infantile come un libro illustrato, eppure più dura di qualsiasi rapporto scientifico. E più breve.

Quando l’opera è stata esposta a Milano (FaceArt) e poi a Caserta (Human Rights), ho notato come le persone prima ridessero. Plastica brillante, Enterprise, bambino in cima, quasi come un giocattolo. E poi arrivava il nodo in gola, quando guardavano la Terra annerita. Era proprio quello che volevo: prima il gioco, poi il dolore.

Paura… almeno per i propri figli.

Per me quest’opera parla dei rischi della civiltà. Che possiamo inventare e costruire tutto, ma anche distruggere tutto. Che giochiamo a giochi che, alla fine, diventano guerre reali. Che portiamo con noi amore e speranza, ma anche distruzione e fuga. La mia Enterprise diventa una nave della fuga, e il bambino che danza sul suo ponte è il nostro ultimo briciolo di curiosità, l’ultimo frammento di gioia, forse la nostra ultima ragione per volare da qualche parte.

Io ero, e sempre sarò, un fan sfegatato di Star Trek.

Carrara 2010

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